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Gianmarco Tamberi

14 10 2016

Vivere lo sport è come stare all'interno di un romanzo o di un film giallo. Sui campi da gioco, sulle piste, dentro al ring, succede che, come in ogni poliziesco, non capisci fino all'ultimo cosa è già accaduto e cosa accadrà. Molto spesso si verificano incredibili colpi di scena. A volte tutto finisce per il meglio - anche se si tratta di un "meglio" alquanto relativo. Altre volte gli infortuni si moltiplicano, le strategie per raggiungere un risultato falliscono. Lo sport è fatto di sacrificio, di costanza, di perfezionismo, ma non solo. È fatto anche di talento, e quello devi avercelo per poterlo allenare. Ma ancora non è tutto. Altrimenti basterebbe essere il più preparato ed il più dotato per avere la certezza del successo. Invece può succedere come al nostro Gianmarco Tamberi, campione europeo di salto in alto: quando tutto sembra filare liscio, ecco irrompere l'incertezza del giallo, che piega gli eventi alle trame caotiche ed irrisolte di certi struggenti polizieschi d'autore. Allora è il caso di appellarsi ad un maestro del genere: chi meglio del creatore di Philip Marlowe? Lo scrittore Davide Mosca ha pubblicato circa due anni fa un originale libro dal titolo "Più sicuri di sé con Raymond Chandler". In cima all'introduzione leggiamo: "Cadi dieci volte, rialzati undici". Non spiega tutto - perchè il breve saggio è bellissimo e va letto per intero - ma dice già molto. In fondo, non è importante che il detective risolva qualsiasi caso, ciò che conta è che sappia risollevarsi dopo ogni tiro mancino della sorte.

MIchele Castelli

 

 

Gianluigi Marabotti

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VALENTINA VEZZALI

14 10 2016

"Lo sport è questo: sudore, sacrifici, allenamenti e poi si vince o si perde," ha scritto Valentina Vezzali lo scorso aprile, raccontando qualcosa di sé nei giorni successivi al suo addio alla scherma (Gazzetta dello Sport del 26/04/2016). L'unica schermitrice nella storia ad essersi aggiudicata tre consecutivi ori individuali in altrettante edizioni delle Olimpiadi parla di vittoria e di sconfitta senza retorica, con il disincanto e la leggerezza dei grandissimi. Prima ci sono cose ben più importanti. Cose più emozionanti delle lacrime di gioia o di delusione, più significative della posa in cui ci si fa fotografare sul podio o dello sguardo con cui lo si invidia: il sudore, i sacrifici, gli allenamenti. E poi succede che la lama del fioretto si riveli troppo corta per poter appenderci le medaglie che hai conquistato.

Michele Castelli

 

Gianluigi Marabotti

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14 10 2016

Olimpia era un centro religioso presso cui sorgeva un celebre santuario dedicato a Zeus Olimpio. Il legame tra questo luogo e le discipline sportive nasce all'insegna del dio, in onore al quale, ad Olimpia, venivano organizzati tornei. Il mito si costruisce sulla simbolizzazione di gesti e parole, metafore di eventi creativi e manifestazione di qualcosa oltre la realtà fisica. Così l'agire dell'uomo greco, e con esso o ad esso contrapposta la natura, è visto in relazione al mistero di quella regione ultraterrena situata sulla vetta del Monte Olimpo, dove avevano sede le divinità. Le gesta di ciascun olimpionico che vedremo all'opera nei prossimi giorni sono anello di congiunzione tra il mondo variopinto e multiforme dello sport contemporaneo e la radice profonda, spirituale ed ancestrale, da cui si sviluppa ogni mito nato ai piedi del Monte Olimpo.

Michele Castelli

Gianluigi Marabotti

 

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Muhammad Ali

20 07 2016

Cassius Clay: il gigante del ring, l’avventura di uno dei più grandi uomini di sport d’ogni tempo.

Cosa può succedere se chi combatte è più grande del suo stesso campo di  combattimento?

Michele Castelli


 

Gianluigi Marabotti

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europei 2016

28 06 2016

Forse non spetta a chi è nato negli anni Ottanta eleggere il più grande calciatore europeo del secolo scorso, noi però abbiamo il vantaggio di conoscere un pezzo in più della storia. Nick Hornby ha dato una geniale definizione della rivoluzione olandese nel football: il postmoderno applicato al calcio. L’epoca postmoderna è stata anche quella della vita media che si alza in maniera inquietante, dello strazio ad uso e consumo dei mass media, dell’homo technologicus. La morte di Johan Cruijff, allora, sembra venire da un altro tempo. Nessuna agonia raccontata per filo e per segno dai tabloid o su internet: un brutto giorno abbiamo saputo che se n’è andato. E che è morto a nemmeno settant’anni. Se scrivete “Cruijff” su word, lo sto sperimentando ora, il programma segnala che avete commesso un errore ortografico. Paradossi della tecnologia: non riconoscere il calciatore moderno per eccellenza! Nel compiangerlo, tutti hanno ricordato come sia stato lui a cambiare più di ogni altro grammatica e categorie del football. Dal calcio totale al tiki-taka, ogni novità è passata per la sua testa e per i suoi piedi. Ma farne un maestro alla portata di tutti è una forzatura. Quel numero 14 era un eremita che sapeva abitare una metropoli. Qualcuno ha intelligentemente notato che, a differenza di altri grandi campioni più agée di lui, Johan Cruijff non può essere compreso limitandosi a guardare su youtube i video delle sue migliori giocate. I contenitori dell’oggi non sanno contenere chi aveva precorso il nostro presente? Il punto è che un eremita, quando muore, ci lascia l’esempio, dei devoti, quasi mai un’autentica discendenza. Fare di Cruijff il padre di un’epoca vuol dire accreditargli troppi figli incerti. È l’epoca che si è appropriata di lui come ci si getta su di un tesoro: e ha fatto bene. Noi che siamo nati un attimo dopo non potremo mai godercelo fino in fondo, però abbiamo più elementi a disposizione per apprezzarne la grandezza.

 

Michele Castelli

 

Gianluigi Marabotti

 

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